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Intervista a Patrizio Roversi

PROGETTO VELA




INTERVISTA

A

PATRIZIO ROVERSI

A cura di Paolo Usuardi (ex studente ISCRA)

Da tempo pensavo alla presentazione del ‘progetto vela’ proposto sul sito di ISCRA (Modena) come attività didattica. L’idea di un’intervista a Patrizio Roversi è nata da alcune riflessioni avute con Mauro Mariotti, condirettore dell’istituto di psicoterapia. In particolare si sono valutate le fasi più suggestive e determinanti relativamente alla costruzione di un progetto e alla sua realizzazione per quanto riguarda il contesto della vela. Naturalmente il tutto è stato pensato in virtù dei risvolti positivi che si possono avere, successivamente a questa esperienza, all’interno della situazione terapeutica. È nata una serie di quesiti che, sottoposti all’attenzione di Patrizio, hanno fatto scaturire preziose esperienze che, di riflesso, possono essere valutate parallelamente alle relazioni interpersonali che nascono dal contesto terapeutico.

P. U.

LA FASE INIZIALE: L’ENTUSIASMO

Nella mia esperienza la prima fase, cioè il progetto, è stata la cosa più entusiasmante, la più lunga, la più interessante e la più eccitante anche perché non prevede nessuno dei disagi che viceversa sono compresi nella realizzazione. Noi, ad un certo punto, nel 2000 ci siamo messi in testa, io, Susy, i nostri amici complici e collaboratori di fare un giro del mondo in barca a vela perché facevamo già da anni “Turisti per caso”, però era tutto più o meno casuale cioè erano tre o quattro puntate dedicate a una meta e poi altre tre o quattro in un altro posto. Era completamente asistematico. Mentre invece l’idea era quella di cucire un giro del mondo con una logica cioè con una rotta progressiva; in più c’era il sogno del giro del mondo in barca, sogno che tutti hanno nel cassetto, quindi realizzavo una nostra aspirazione.

Riguardo al sogno io poi avevo una motivazione individuale forse più spinta nel senso che mio babbo è sempre stato un grandissimo appassionato di barca pur non avendo mai messo un piede su una barca. Lui era di Mantova dove ci sono tre laghetti, quindi non c’è il mare, ed era un esperto nel senso che era abbonato a tutte le riviste di nautica. Per esempio “Nautica” che è appunto una delle riviste più antiche, lui aveva tutti i numeri, sapeva tutto delle barche, mi portava sui moli, mi faceva vedere questa barca e quest’altra, mi spiegava chi era il progettista, quanti cavalli aveva il motore ecc. ecc., però non c’era mai salito. Quindi in questo senso, di realizzare un po’ un sogno di famiglia, per me era importante. In più io soffro il mal di mare quindi era una ricerca per combattere i miei limiti e assieme a quello che era il nostro amico skipper Marco Covre, a Cino Ricci e ad amici ci siamo messi in cerca di questa barca. Abbiamo trovato “Adriatica” cioè il guscio di “Adriatica”. L’abbiamo trovato in un cantiere in disuso, in un cantiere fallito. C’era soltanto il guscio in ferro, la vendevano a peso perché il cantiere appunto era in fallimento e il guscio ci sembrava bellissimo. Ci siamo informati,era di uno studio di progettisti , “SHOW-MACHEN”, molto famosi. Io dico: ma sono tedeschi, chissà che casino adesso a contattarli, invece hanno lo studio qui in via Ferrarese a Bologna. Loro hanno fatto parte del progetto, poi l’abbiamo fatto con il cantiere di Fano, cioè si è messo in moto tutto un movimento di varie collaborazioni per progettare la barca e progettare il giro.

COSTRUIRE UN PROGETTO

Progettare vuol dire dare libero sfogo alla fantasia, addirittura Susy voleva fare il giro del mondo controvento che è una follia del ‘varietà’ a meno che tu non lo faccia a latitudini bassissime nell’emisfero sud, allora sì lo puoi fare, ma non ha senso perché non tocchi quasi mai terra se non i vari Capi. Quindi la progettazione di un giro in barca prevede acquisire conoscenze, studiare dei libri, studiare il libro delle rotte, studiare le correnti, i venti ecc. ecc. Questo è fondamentale. Poi significa anche progettare da un punto di vista letterario e sentimentale, quindi tutti i libri di avventura, il Pacifico, gli Ammutinati del Bounty fino a Stevenson: tutte queste fasi entrano in una fase di progetto dove si incontrano e si scontrano vari pareri che vanno tutti poi verificati e questo è importante.

La fase del progetto, se vuoi, è quella più entusiasmante. Io addirittura, tornato dal giro del mondo di “Adriatica”, avevo proposto nel sito ‘Velisti per caso’ di creare una multiproprietà, cento persone, che assieme riprogettassero un altro giro del mondo da rifare, magari su un’altra rotta, perché la fase progettuale mi sembrava la migliore. Invece purtroppo non ho avuto riscontri perché molti han detto: “Sì, sì, se voi ne fate un altro e lo aprite al pubblico io vengo, però progettatelo voi”. Secondo me la gente non si rende conto che il progetto è la fase migliore. Dopo di che io ho fatto altre esperienze di progettazione perché abbiamo progettato un altro evento che è la “Rotta rossa”. La “Rotta rossa” era la traversata del Mediterraneo e dell’Atlantico d’inverno; ovviamente l’Atlantico lo fai d’inverno ma il Mediterraneo non è così ovvio come scuola di vela e hanno partecipatola Scuoladi Vela del figlio di Cino Ricci, poi hanno partecipato dei ragazzi che frequentano l’Istituto Nautico che son venuti a bordo, gente che invece è venuta per imparare… diciamo: è diventata una barca didattica, “Adriatica”, e quindi la progettazione di questo percorso era collettiva. Dopo di che abbiamo fatto la “Rotta Verde”.

La “Rotta Verde” era una serie di crociere ai Carabi. Chi saliva a bordo non pagava noi perché il viaggio era pagato da un gruppo di sponsor, un gruppo di aziende idrotermosanitarie che han pagato le spese del viaggio. Chi veniva a bordo finanziava con mille euro un progetto di Fouth Food riferito al mare, al turismo quindi lì la fase di progettazione riguardava il viaggio ma anche le conseguenze del viaggio. Dopo di che abbiamo fatto diverse volte il giro d’Italia per portare a bordo i ragazzi dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e far sì che i fisici spiegasserola Fisicain barca, infatti si chiamava “La Fisicain Barca”. Anche qui la fase di progettazione era ancora diversa perché la barca serviva come laboratorio didattico. L’ultima cosa che abbiamo fatto è stato il giro di Darwin, “Evoluti per caso”, abbiamo fatto la circumnavigazione dell’America del Sud proprio sulle tracce di Darwin. In quel caso la fase di progettazione fatta con otto Università italiane e il “Museo di Storia Naturale” è stata dettata dal diario di bordo di Charles Darwin che ha fatto questa parte del viaggio 170 anni fa a bordo del brigantino. Quindi lì il progetto era ancora diverso. Era un progetto storico didattico; il progetto determina l’impresa e devo dire che spesso è la parte più eccitante perché ti diverti.

L’organizzazione diventa fondamentale, il ruolo di ognuno diverta fondamentale. Non c’è posto per motivazioni individuali e psicologiche, ci sono e contano, però in linea di massima esiste una struttura anche professionale che deve funzionare. Tornando alla barca noi, per esempio, abbiamo sempre dato la responsabilità della navigazione ad un equipaggio altamente professionale che aveva la responsabilità di far navigare “Adriatica”. Poi c’era un equipaggio di operatori montatori che aveva la responsabilità di far le riprese, montare i filmati della barca, compattarli dal punto di vista dei file e poi trasmetterli a terra. Chiaramente c’era spazio per scambiarsi i ruoli: tipo i montatori-operatori spesso sono diventati marinai, i marinai han voluto capire come funzionava un montaggio. Però devo dire che la differenza tra una vacanza in barca durante la quale spesso si finisce per litigare, e il lavoro in barca è che nel lavoro in barca ognuno ha una mansione, una funzione quindi non ci sono discussioni sulle motivazioni di fondo, uno può anche stancarsi e farsi sbarcare. Il nostro equipaggio ha “tenuto botta” per metà giro e quindi è stato a bordo dai primi di gennaio del 2002 fino al 15-20 settembre del 2002 quando siamo arrivati a Okland. Poi abbiamo cambiato equipaggio perché comunque stare a bordo di una barca è durissimo. Però il “durante” è organizzato e io questo trovo che sia interessante in tutte le esperienze. Anche una vacanza deve avere uno scopo perché altrimenti se devi decidere quando ci fermiamo a fare il bagnetto rischi di litigare perché io adesso non ho voglia di fare il bagnetto, ho voglia di navigare perché c’è vento, tu invece proprio perché c’è vento non hai voglia di navigare… cioè…No! Diventa stucchevole. Questo non toglie che ci siano delle esperienze bellissime anche perché il viaggio in sé ti porta di fronte a degli imprevisti, a vedere delle cose meravigliose, però ci sono alcune regole fondamentali tipo chi prende le decisioni e come è importante. Io non ero il capitano però ero, diciamo, il responsabile dell’impresa di natura narrativo-televisivo-velica. A un certo punto eravamo partiti dalle Canarie, un’onda anomala ha inondato il pozzetto, la barca era nuova, non lo sapevamo ma c’erano delle guarnizioni che non tenevano e è entrata dell’acqua sulle macchine, cioè sulle macchine per montare e io ho dovuto decidere di tornare indietro. Siamo tornati indietro per60 miglia, ma il capitano ha detto come. Quindi ognuno aveva le sue mansioni, aveva la propria responsabilità e questo è anche molto bello ed è molto divertente e credo che ci debba essere anche se dovessimo andare in vacanza in barca.

COME UNA VACANZA

Quest’estate siamo andati in vacanza in barca tra Calabria, Puglia e Grecia però c’era Susy che aveva un progetto, di andare a riprendere le tracce dei popoli del mare. Questo ha dato un orientamento al viaggio, ci ha fatto fare anche delle fatiche ma ben vengano perché questo è dare un senso alla cosa. Se non c’è un senso collettivo condiviso…

Nel ricordo le cose sono sempre molto deformate. Io ho patito due o tre momenti di grande paura e di grande sconforto in barca. Poi ricordandoli, questi momenti diventano quasi epici, ma lì per lì ti spaventano. Una volta ci è cascato in testa il boma con la randa attorcigliata attorno,300 kg. Ha sfiorato me e il capitano e io ho pensato: se avesse colpito qualcuno di noi in mezzo all’Atlantico sarebbe stato un disastro e lì ho avuto paura a posteriori. Un’altra volta sempre il capitano si è arrampicato in cima all’albero però si è dovuto, a un certo punto, distaccare dall’albero quindi ha cominciato, visto che eravamo in mezzo all’Atlantico, a sbattere di qua e di là. Io tenevo la scotta ma mi sono fatto male alle mani e non riuscivo a tenerlo, quindi ho preso paura anche lì. Un’altra volta arrivati alle Marchesi, nel Pacifico, si è sollevato, per fortuna da terra, un vento terribile che ci ha fatto disancorare; in quel momento si è rotta anche la leva del motore quindi abbiamo avuto diciamo cinque minuti di relativa paura, relativa perché ci portava verso fuori quindi non era molto rischioso. Ci sono momenti che dopo ti rimangono nella memoria, altri mentre li vivi non ti sembra neanche poi quando li ricordi riconosci che era meraviglioso, tipo appunto l’arrivo alle Marchesi dopo la traversata “pacifica” è stato bellissimo.

LE RELAZIONI INTERPERSONALI

Poi ci sono anche gli incontri e gli scontri personali. Una cosa importante è questa: in un’impresa che prevede la barca tu hai vari saperi perché c’è il sapere del marinaio che sa tutto della barca. Nel nostro caso c’era, magari, il sapere dell’operatore che sapeva tutto della telecamera. Io potevo essere quello che sapeva, diciamo, i contorni di quest’impresa e sapeva cosa dovevamo fare e qual era il risultato. Allora, la cosa più brutta che ci possa essere è che ognuno se li tiene per sè e dice agli altri quello che vuole, magari delle ‘balle’; tipo il marinaio dice: “No, non possiamo andare là perché abbiamo il vento contro. Vedi, se andiamo là allora la barca è tutta sbandata”. Al che tu dici: “Amico, se noi facciamo un bordo un po’ più largo ci arriviamo lo stesso”. Però è lui che ha in mano la responsabilità. Quindi le varie specializzazioni devono essere padroneggiate con grande onestà e ci deve essere sempre qualcuno che, come Darwin, non era uno specialista in niente, ma ne sapeva un po’ di tutto nel senso che ci vuole qualcuno che in qualche modo faccia da collegamento tra le varie specialità, tra le varie professionalità perché la sintesi di questo è fondamentale. Probabilmente uno skipper bravissimo ma che non capisce l’obiettivo di un viaggio non va bene; meglio uno un po’ meno bravo ma che condivide gli obiettivi. Quindi una divisione di ruoli precisa, ma anche una condivisione. Non bisogna essere troppo specialisti, bisogna essere un po’ generalisti anche, un pochino. Mentre magari in fase di progetto, tornando alla prima domanda che mi hai fatto, tu puoi anche consultare uno specialista perché ti deve dare un parere poi tu ne fai l’uso che vuoi, ma quando usi queste cose devi sintetizzare sempre. Noi ci siamo quasi sempre riusciti, è sempre stata una cosa positiva. Un grandissimo sforzo è quello di tenere insieme tante persone diverse. Tutte le nostre pseudo imprese hanno sempre coinvolto decine di persone e questo è complicatissimo. Bisogna organizzare, motivare, coordinare e questa è una fatica che noi abbiamo fatto. È stata molto dura, però effettivamente poi tutto questo serve a dire che anche un solitario sta compiendo un’impresa collettiva perché chi gli progetta, chi gli prepara la barca, chi lo segue da terra… quindi paradossalmente la ‘vela’ è tutto fuorché uno sport individuale.

ALCUNE MOTIVAZIONI…

Noi poi col movimento di “Velisti per caso” abbiamo voluto, diciamo così, stimolare chi non è uno specialista ad avvicinarsi alla vela. Noi non eravamo ricchi, ci siam fatti una barca a forza di debiti in banca però poi, alla fine, abbiamo trovato degli sponsor, avevamo dei privilegi perché potevamo far vedere questa impresa in TV, quindi alcuni sponsor ci hanno aiutato per farsi vedere. Però abbiamo anche fatto una barca meravigliosa, enorme e molto complicata, per imprese personali basta molto poco. Ma basta molto meno: “Adriatica” è22 metri, 50 tonnellate, è d’acciaio quindi richiede una manutenzione mostruosa.

Quando siamo andati a fare il giro del mondo avevamo due generatori. Adesso abbiamo messo invece energie rinnovabili nel senso che abbiamo pannelli, abbiamo le ventole per l’eolico, abbiamo un’elica sottomarina che anche quella funge un po’ da dinamo diciamo; abbiamo i desalinatori e ci facciamo l’acqua. Tu invece puoi partire con una barca di11 metritranquilla e carina e andare dove vuoi. Noi abbiamo fatto il giro del mondo, ma assieme a noi lo facevano delle barche da11 metriche è la metà esatta di “Adriatica”. Noi volevamo fare una cosa per tanta gente, professionale perché dovevamo fare delle ‘puntate’ però i giramondo che abbiamo conosciuto in giro per il mondo la prendono in maniera filosoficamente molto più interessante, cioè la prendono calma.

Anche lì in termini di relazioni un sacco di coppie che si scoppiano durante la navigazione: partono in due su una barca e tornano scoppiati, cioè lei è salita sulla barca di un altro, lui si è trovato un’altra perché è un’esperienza esistenziale molto pesante, molto particolare. A volte rimangono matrimoni disfatti. È forse l’esperienza esistenziale per eccellenza perché ti misuri con tante cose.

COSA RIMANE

A me è rimasto un atteggiamento che a momenti mi costava la vita: io ho fatto due transh da 4 mesi in barca nella prima parte del giro del mondo. Dopo invece la seconda parte, anche per motivi legati ai monsoni, non puoi farla di fila, devi farla a pezzi. Però dopo i 4 mesi in cui sono andato in barca son tornato e a momenti mi tirano sotto in macchina nel senso che non ero più adattato alle follie delle nostre strade perché attraversavo la strada senza malizia, cioè guardavo però non avevo la malizia del pedone professionista che deve intuire che quello là in motorino è un cretino, “vedrai che ‘sgasa’ e mi tira sotto”. Io passavo e… per una settimana ero pericoloso e questo è un bel segno. Dopo una settimana sono tornato di nuovo l’animale metropolitano che mi trovo essere adesso per cui… pazienza. Però io non immaginavo una cosa così e invece ti cambia il ritmo, ti cambia la vita. Per 4 mesi non ho visto una macchina. Nei porti c’era tutto quello che volevi, ma non eravamo in una situazione come qua, nelle nostre città, dove devi essere geneticamente selezionato per sopravvivere. Oppure sentivo delle puzze intollerabili, non resistevo, era lo smog.

Disadattarsi in un viaggio in barca è anche molto interessante perché dopo, quando ritorni all’adattamento capisci quello che avevi prima e capisci anche i compromessi deliranti ai quali devi sottostare ogni giorno perché abitare in questi posti è fuori di testa solo che a me adesso sembra normalissimo, anzi. Già dopo 15 giorni in barca in Grecia sulle tracce dei popoli dei mari conla Susyche ci faceva andare a vedere delle pietre, il ritorno è stato un po’ triste. Dopo 4 mesi ti senti disadattato.

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