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ATTACCAMENTO, IMMAGINI, NEUROSCIENZE, FILOSOFIA..

Qual’è il pattern “che le connette “ con la psicoterapia creando

contaminazioni “felici”con tutte le relazioni d’aiuto?

 

Intervista di Fabio Bassoli a:

 Rodolfo de Bernart, Giuseppe Ruggiero e Giorgio Donini

 

 

 

Fabio Bassoli, prima domanda:

 Perché l’attaccamento è diventata una cosa che “contamina” la terapia familiare?

 

Rodolfo De Bernart:

L’attaccamento nasce etologicamente come risposta al pericolo: arriva il predatore, la mamma prende il suo cucciolo e va ai piani alti così salva il cucciolo dal predatore. Quindi dove si parla di attaccamento si parla di pericolo e viceversa. Questo è molto interessante perché è una visione più integrata di come anche la relazione terapeutica si modifichi di fronte al pericolo.

D’altronde abbiamo sempre detto che in situazioni di contesto pericoloso non è che l’attaccamento sicuro sia il migliore: se tu vivi in questo momento nelle terre dell’ISIS e sei uno che afferma se stesso, ti ammazzano. Invece se eviti, ti nascondi come un evitante, oppure sei preoccupato e quindi non intervieni su certe cose, ti salvi la pelle. Quindi la fisiologia si esprime nell’attaccamento sicuro, ma anche in quello insicuro-evitante e in quello insicuro-preoccupato.

Questo è molto importante perché se l’attaccamento ha come parola chiave sicurezza, pericolo diciamo e quindi ricerca di sicurezza, noi sappiamo che c’è un’altra parola chiave, che ormai è nella psicoterapia e da cui non si può prescindere: l’intersoggettività. L’intersoggettività è una dimensione diversa dall’attaccamento, perché per qualcuno è un sistema motivazionale differente, un metasistema motivazionale; non ci può essere buon attaccamento, se non si stabilisce una buona intersoggettività nella famiglia, così come anche tra terapeuta e paziente. Quindi cosa significa intersoggettività? E’ quando senti che il paziente comincia a esistere nella tua mente, nel tuo cuore e la sua storia esiste nella tua mente e nel tuo cuore; ti crea quel campo intersoggettivo che ( noi lo verifichiamo quotidianamente nella clinica)  permette uno scambio autentico tra persone. Allora, oggi, queste nuove scoperte, neuroni specchio, intersoggettività, rispecchiamento e sintonizzazione, ci spingono a lavorare con le famiglie in una maniera diversa da come lavoravamo prima, cioè diamo meno importanza, alle strategie, quindi al comportamento e più importanza allo scambio. Noi siamo dei facilitatori di una comunicazione, che però è una comunicazione congiunta, dove, soprattutto quando si tratta relazioni particolarmente compromesse, come per esempio con adolescenti che hanno comportamenti sregolati sui piani emotivi, impulsività, conflitti genitoriali molto forti, il lavoro che noi facciamo è quello di ricostruire un campo intersoggettivo. Permettiamo al genitore di entrare nella mente del figlio e al figlio di sentirsi sentito dalla mente del genitore riconnettendo, quindi, quella relazione intersoggettiva che si era persa per le difficoltà della famiglia.

 

Fabio Bassoli, seconda domanda:

Come si collega il discorso dell’attaccamento alla comunicazione non verbale?

 

Rodolfo De Bernart:

Tutte le tecniche non verbali, come la scultura, come altre tecniche narrative, le visualizzazioni e altro che possiamo usare, vanno semplicemente a riattivare la memoria implicita che la famiglia conserva e che rappresenta attraverso immagini che non potrebbero essere tradotte in parole.

 La memoria implicita è collegata al pericolo per l’uomo, poiché si deposita nell’amigdala, dove c’è un circuito specifico per il pericolo, quello famoso; e cioè quando tu per esempio tocchi un bastone di legno per terra, fai uno schizzo all’indietro perché pensi, senti che potrebbe essere un serpente. Il circuito che ti avverte è quello della memoria implicita, che passa per l’amigdala ed è molto veloce; l’altro circuito più lento che passa per l’emisfero, l’ipotalamo, ecc…, ti fa ragionare, ti fa vedere che è un pezzo di legno e tu prosegui. Però, se fosse stato un serpente e tu avessi utilizzato il secondo pensiero, quello lungo, non eri a raccontarla, perché ti aveva morso.

 

Fabio Bassoli, terza domanda:

Cosa hanno prodotto, nella prassi all’interno del modello sistemico, le contaminazioni tra teorie dell’attaccamento, neuroscienze e  filosofia?

 

 

 

Rodolfo De Bernart:

Io ho scelto la parola contaminazione  per poterci mettere vicino l’aggettivo felice, perché la contaminazione felice rende proprio l’idea del perché è utile avere questo tipo di interazione tra le varie ottiche, le varie tecniche, le varie teorie; questo è il risultato, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità. Peraltro, quando si mettono insieme cose diverse  si ottengono risultati ammirevoli, rispetto a quando si mettono insieme cose uguali: se mettete insieme persone troppo vicine geneticamente, ci sarà qualche malattia genetica, se invece sono di razze diverse o di lontani paesi probabilmente ne viene un frutto molto più bello, più significativo nella prole. Così anche nelle idee, se ci sono idee diverse che si mettono insieme, secondo me, produciamo cose molto più creative; se restiamo chiusi come spesso hanno fatto i nostri colleghi di altri tipi di ottica: anche della nostra in fondo, dentro le nostre chiesette, finiamo per ridire sempre le stesse cose ed essere autoreferenti. Noi siamo proprio l’esempio di come sia stato possibile lo scambio tra le varie ottiche all’interno della terapia familiare. C’era, come dire, una diffidenza, poi abbiamo cominciato a lavorare insieme, si sono sviluppate creatività di cui oggi siamo ben contenti.

 

 

Fabio Bassoli, prima domanda:

“Come si concilia il modello sistemico complesso con quello neurobiologico?”

Giuseppe Ruggiero:

L’idea di una contaminazione rimanda alla ricerca di punti di contatto e nuove connessioni tra teorie sistemiche, psicodinamiche e neurobiologiche. Quelli che Pichon-Riviere definisce “punti matrimoniali”, cioè nodi, ponti, metafore, che possono produrre un legame e, quindi, un “figlio”, permettendo una visione più ampia della vita stessa. Oggi possiamo finalmente rintracciare i punti matrimoniali tra epistemologia psicologico-clinica e epistemologia neurobiologica(dispositivo di ibridazione disciplinare).

La cosiddetta “svolta relazionale” può essere descritta come una vera e propria contaminazione tra pensieri diversi, che ruotano intorno ad un punto centrale: la spinta a creare e mantenere relazioni è una disposizione umana fondamentale per organizzare l’esperienza; la mente, pertanto, per svilupparsi e crescere in modo sano, ha bisogno di altre menti, quindi di relazioni, di legami, di affetti. Una nuova sensibilità clinica relazionale, una sensibilità intersoggettiva, ci spinge dunque ad indagare con sempre maggiore rigore scientifico il funzionamento della mente, chiedendoci come funziona e cos’è che la fa ammalare, per poi passare ad occuparci, ma solo dopo aver cercato di rispondere a questi due interrogativi, dei metodi di cura e dei fattori di cambiamento.

 

Fabio Bassoli, seconda domanda:

“Come si può coniugare il “discorso” delle neuroscienze a quello della psicoterapia,evitando

il rischio di trappole riduzionistiche?”

 

Giuseppe Ruggiero:

In un’epoca di nuove alleanze, di aperture e di confronti tra modelli diversi di psicoterapia, è lecito chiedersi: quali possono essere le motivazioni che spingono un terapeuta ad approfondire gli studi in ambito neurobiologico? Quali le ricadute sugli approcci terapeutici attuali da parte delle evidenze provenienti dall’ambito delle neuroscienze cognitive, affettive e sociali?

Essere riusciti a dimostrare l’efficacia della psicoterapia, come intervento capace di modellare i circuiti sinaptici in maniera più stabile e duratura di quanto possiamo attenderci dall’uso ragionato ma esclusivo dei farmaci, ci è utile soprattutto per focalizzare la ricerca clinica nelle forme più gravi di  psicopatologia, identificando metodi e procedure di intervento che favoriscano la costruzione di una buona alleanza terapeutica e consentano una migliore regolazione affettiva,  armonizzando il rapporto tra dimensione cognitiva ed affettiva ed aiutando i pazienti e le famiglie a recuperare il senso di benessere e di piacere collegati ad un uso più consapevole delle proprie reazioni emotive e del proprio stile di relazione, nei differenti contesti di vita.

 

Diamo per scontato che ormai le neuroscienze costituiscono un contributo fondamentale per i clinici di qualsiasi orientamento teorico, pertanto riteniamo che non sia più possibile prescindere dallo studio e dalla ricerca in ambito neurobiologico. Come coniugare, dunque, il discorso delle neuroscienze con quello della psicoterapia evitando trappole riduzionistiche?

 

 

Fabio Bassoli, terza domanda:

Cosa hanno prodotto, nella prassi all’interno del modello sistemico, le contaminazioni tra teorie dell’attaccamento, neuroscienze e  filosofia?

 

Giuseppe Ruggiero:

Le neuroscienze, cognitive, emotive e sociali, ci dicono che la mente è:embodied, embedded,  enacted, extended. Essa va indagata nelle relazioni essenziali che  intrattiene con il  corpo e l’ambiente biologico, sociale e culturale in cui l’organismo è situato.

Ci raccontano che ogni individuo sarebbe programmato per connettersi,empatizzare e sincronizzarsi con gli altri, avrebbe, cioè, la capacità di creare una vera e propria rete neurale senza fili. Ci parlano di plasticità sinaptica, di epigenesi, della coscienza come una grandiosa opera sinfonica, dell’emergere del Sé dall’incontro con l’Altro da sé. Ci confermano, quindi, l’ipotesi che in principio è la relazione, restituendo valore e senso alla relazione terapeutica come luogo elettivo del cambiamento.

Le neuroscienze, infine, sostengono in modo esplicito che la psicoterapia è una terapia biologica, un’esperienza di apprendimento che  si basa su processi di auto ed etero regolazione emotiva, un’esperienza relazionale che passa ineludibilmente attraverso il movimento, la ritmicità, la comunicazione tra corpi, in sintesi,un’esperienza incarnata, viva, fatta di momenti di intimità e sintonizzazione, ma anche di rottura e disconnessione, di ombre e di penombre, che contribuiscono a rendere autentici e vitali gli scambi emozionali che animano l’incontro terapeutico.

La vitalità degli affetti che si mettono in campo durante il lavoro terapeutico richiede un certo tipo di consapevolezza della natura di quegli stessi processi affettivi.

Ma qual è l’aspetto più rilevante che le neuroscienze affettive mettono a disposizione della ricerca clinica?

A mio avviso, la conferma che proprio la qualità della relazione tra terapeuta e paziente, quindi il livello di sintonizzazione affettiva, di rispecchiamento e di autentica condivisione, e non lo specifico approccio terapeutico o le tecniche utilizzate, rappresenti la variabile aspecifica più importante per la costruzione di una buona alleanza e per lo sviluppo efficace del processo terapeutico.

Se l’attaccamento ha come parola chiave sicurezza, pericolo, e quindi ricerca di sicurezza, noi sappiamo che c’è un’altra parola chiave che ormai è entrata a pieno titolo nel vocabolario della psicoterapia da cui non si può prescindere, che è intersoggettività. L’intersoggettività è una dimensione diversa dall’attaccamento, per qualche autore si tratterebbe di un sistema motivazionale differente, ci può essere, infatti, un buon attaccamento, ma  può non stabilirsi una buona intersoggettività nella famiglia, così come anche tra terapeuta e paziente. Quindi cosa intendiamo per intersoggettività? E’ quando senti che si è creato un contesto di intimità, di giusta distanza emotiva, che il paziente comincia a esistere nella tua mente, nel tuo cuore e, analogamente, la sua storia esiste nella tua mente e nel tuo cuore; si sta creando, cioè, quel campo intersoggettivo che permette uno scambio autentico tra persone, anche in situazioni particolarmente conflittuali.  Personalmente, non condivido l’idea che affinché ci sia una buona alleanza terapeutica “le cose” tra terapeuta e paziente debbano andare sempre bene. Ci vuole un’adeguata condizione di rischio, di incertezza, di instabilità, che va gestita ovviamente dal terapeuta, perché poi si ristabilisca una fiducia e si possa suonare insieme “la musica” della relazione terapeutica.

Allora, oggi, tutte queste nuove scopertequesti nuovi costrutti, intersoggettività, rispecchiamento, sintonizzazione, ci spingono a lavorare con le famiglie in una maniera diversa, dando meno importanza alle strategie e più allo scambio, alla condivisione, alla comprensione dei bisogni emotivi, dei vissuti e dei significati che sottendono i comportamenti e i diversi stili relazionali. Lavoro molto spesso con adolescenti chemanifestano comportamenti disregolati, impulsivi, incontro famiglie dove il conflitto generazionale è spesso violento. In queste situazioni, cerco di ricostruire un campo intersoggettivo che consenta al genitore di entrare nella mente del figlio e al figlio di sentirsi sentito dalla mente del genitore.L’obiettivo primario diventa quindi quello di ripristinare uno scambio più fluido, fondato sull’intersoggettività.

E’ proprio in questo tipo di contesto terapeutico, come anche nel lavoro di psicoterapia e mediazione con le coppie, che le evidenze empiriche delle neuroscienze affettive forniscono preziose indicazioni per il clinico.

Un altro importante risultato della nuova alleanza tra neuroscienze e psicoterapia e il costrutto di memoria implicita applicato alla famiglia, alla sua storia, al cambiamento terapeutico. Ricordiamo la felice intuizione del nostro amico e stimato collega Luigi Onnis, il quale ci ha proposto una personale lettura della memoria implicita, collegandola al concetto di mito familiare. Quindi tutte le tecniche non verbali, come la scultura, come anche altre tecniche narrative, le immagini, le fotografie, la musica, che possiamo usare all’interno del setting, vanno semplicemente a riattivare la memoria implicita della famiglia, permettendo a ciascuno di raccontarsi in un contesto protetto, attraverso il linguaggio dei corpi, delle distanze, degli sguardi, il potere fortemente evocativo delle immagini, veicolando emozioni e significati che non potrebbero essere altrimenti tradotti in parole.

Tutti questi aspetti nuovi che riguardano la relazione terapeutica introducono l’importanza del timing nella costruzione del processo terapeutico. L’attenzione al timing significa quando fare le cose, non solo il come, di cui noi ci occupiamo tantissimo, ma quando farle, quando è il tempo opportuno, come Stern ha indicato con il concetto di “momento presente”. Ciò significa, ad esempio, che  dobbiamo lavorare molto sulla musicalità dell’incontro terapeutico, quindi quale ritmo devo tenere, quando devo accelerare, quando devo procedere, quando devo stare zitto, come farlo, ecc. Questo secondo me è un aspetto molto importante, se vogliamo, di matrice squisitamente neurobiologica. Sappiamo, infatti, che  la sincronizzazione tra gli emisferi cerebrali è un fattore di integrazione neurale importantissimo per il benessere; quindi, mantenere il ritmo giusto in una seduta aiuta ad integrare meglio le sinapsi neuronali e a favorire di più il cambiamento, anche se noi non sempre ne siamo consapevoli, ma lo facciamo in maniera implicita.

 

Fabio Bassoli, prima domanda:

 

Se recuperiamo nella psicoterapia il costrutto dell’attaccamento e delle neuroscienze cosa cambia nella concezione filosofica dell’uomo?

 

Giorgio Donini:

Penso che queste contaminazioni virtuose apportino alla concezione filosofica moderna  dell’uomo, tra i vari stimoli di crescita, essenzialmente lo spirito della narrazione e l’emergere del sé da un terreno emotivo relazionale. Sul terreno di confine tra i campi citati si percepisce la creazione di un  poliverso che struttura le relazioni di interdipendenza e fa emergere nel dialogo narrativo figure di senso.  Emerge un’ottica ribaltata e alternativa, una nuova punteggiatura ontologica rispetto a quella che negli ultimi decenni è stata fondamento della concezioni filosofica occidentale centrata sull’individuo. La nuova concezione vede non “prima l’individuo” che poi si apre alla relazione ma “prima la relazione” fin dai più precoci micromovimenti vitali dell’embrione. Poi dalla relazione emergono l’individuazione e la specificità della biografia identitaria.  Tratteggio rizomatico relazionale che registra   le prime tracce significanti di condivisione di una tra le tante “realtà” possibili per poi emergere come complessità sistemica  di declinazioni di senso profondo  sul versante dell’attaccamento. Sinergicamente il processo di simulazione incarnata, sul versante delle neuroscienze nella metafora dei “neuroni specchio”, processo che si ipotizza già attivo nella vita intra-uterina secondo supporti scientifici sperimentali,  riconnota i processi di apprendimento e deutero-apprendimento secondo canali squisitamente corporei. Canali già attivi implicitamente nella simbiosi madre-feto come precondizione e partenza della successiva socializzazione. 

L’epistemologia sistemica che, tra  stimoli concettuali interdisciplinari, raccoglie e fa interagire teoria dell’attaccamento e neuroscienze, potentemente emerge a due livelli  logici:

  1. a) come meta-sistemica, o sistemica di 2° ordine, coordina l’approccio filosofico moderno nel contesto della grande domanda: “ Chi è l’uomo? Chi è quell’essere che si domanda come definire sè stesso nelle sue origini e nelle sue intenzionalità?”
  2. b) come sistemica di 1° ordine cerca di comprendere e di approfondire la conoscenza della rete relazionale da cui l’uomo biografico emerge, e tramite la continua ricerca di equilibrio tra adattamenti e resistenze all’omologazione co-costruisce il suo spazio/tempo vitale. La grande domanda si declina allora secondo descrizioni alternative: “ Quali sono i processi relazionale, e da quali contesti di deutero-apprendimento vengono accolti in accoppiamento strutturale, secondo omeostasi tali da permettere all’uomo di emergere e vivere la sua esperienza esistenziale?”

Il luogo della domanda si propone come lo spazio in cui la vita viene ospitata, (secondo Heidegger “gettata”), come organizzazione di una struttura cognitivo-auto-narrativa interminata. Dallo zigote fino all’ultimo impulso cerebrale. Addirittura in una visione pan-oramica l’orizzonte si amplia e si arricchisce in quanto  ogni vita, così intesa, si inserisce all’interno della storia plurigenerazionale. Cornice dove ogni singola vita accoglie un’eredità narrativamente strutturata (per cui ci narriamo e al contempo siamo narrati transgenerazionalmente). Cornice dove ogni vita si apre lasciando a sua volta una eredità emotivamente ancorata e  già tratteggiata nel progetto e nell’intenzionalità volta al futuro durante lo svolgersi dell’intera esistenza.

 

Fabio Bassoli, seconda domanda:

In quale modo il discorso filosofico ha interagito con il modello sistemico (di psicoterapia)?

 

Giorgio Donini:

Il discorso filosofico  è precondizione del modello sistemico cui ha suggerito tanti stimoli antropologici poi declinati sul versante della psicoterapia relazionale moderna.  Come semplice stimolo per ulteriori approfondimenti è sufficiente citare il metodo nato nella Grecia antica del dialogo socratico per riconoscere la potenza creativa dell’emergenza inedita come carattere della relazione. Relazione come “terzo” colta in senso sistemico oltre i singoli individui che la pongono in essere. (Nella cornice dialogico dialettica incessantemente rielaborata dalla filosofia da Eraclito fino ad Adorno, per approdare a Marx  fino alla monumentale opera hegeliana). Ma anche, scivolando nel medioevo,  la concezione del tempo di Sant’Agostino che fa convergere la tripartizione e la sostanziale unicità del tempo della vita con la descrizione delle tre temporalità dell’umano: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. Evidente è l’isomorfismo con le intuizioni  della temporalità multiversa da Boscolo, a Cecchin   a Bergson attraverso la proposta di un accostamento di autori troppo rigidamente catalogati sul versante sistemico o filosofico.Ancora il dibattito moderno tra fautori del principio di non-contraddizione aristotelica e autori moderni e contemporanei  che confutano tale  principio dove è stimolante riconoscere lo slittamento dall’ ottica dell’out/out verso un’ottica sistemica del vel/vel che apre al superamento delle dicotomie e alla costruzione di molteplici mondi possibili.  E, ancor prima, l’aforisma  “tutto scorre” del presocratico  Eraclito che apre alle descrizioni inevitabilmente processuali dell’avventura umana e al cambiamento come evento interminato indispensabile  alla vita stessa. Per giungere in epoca moderna alla “teoria dell’eterno ritorno” di Nietzsche  che riverbera con la visione circolare della comunicazione umana e della stessa esperienza esistenziale. Come pure, sempre nel pensiero di Nietzsche,  “la teoria dell’interpretazione”, secondo il monito “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, teoria che apre a cascata  nuove interpretazioni, teoria che in ottica sistemica moderna si potrebbe parafrasare “non esiste la realtà dei fatti ma solo molteplici narrazioni”. Tale dinamica potenzialmente infinita risuona con il passaggio da una narrazione dominante, che induce una condizione di sofferenza e stallo,  a una “narrazione meglio formata” tale da aprire al ben-essere e ben-con-vivere come meta dell’avventura psicoterapica secondo le intuizioni di Sluski .  

Sono solo alcuni dei possibili molteplici  esempi di quanto è stato ed è tuttora fecondo il rapporto tra filosofia ed epistemologia sistemica. Rapporto che parte da lontano. In fondo il nucleo epistemologico della filosofia e della sistemica, così come dell’arte e della teologia non è forse la terapia in senso etimologico da therapeia:  “Accompagnare empaticamente un percorso difficile rendendolo più tollerabile”. 

Un percorso che coincide con  la vita stessa di ogni uomo.

 

Fabio Bassoli, terza  domanda:

Cosa hanno prodotto nella prassi (clinica) le connessioni (contaminazioni) tra le teorie dell’attaccamento, le neuroscienze,

la filosofia ed il modello sistemico (di psicoterapia)?

 

Giorgio Donini

Sicuramente una espansione della clinica ispirata al modello biopsicosociale ma anche una accentuazione del  potere di incidere profondamente sull’abilità deutero-appresa di  comprendere per curare

Tali connessioni  contribuiscono in modo determinante a superare il concetto di metodo univoco in terapia, il concetto positivista di categorizzazioni a priori che come rigidità del  pensiero interpretano la situazione clinica ancora prima che questa si dipani. Esse stimolano ad acquisire l’abilità a stare in situazione accogliendo il dubbio, l’insicurezza anche il rischio come fattori  ineliminabili in un conteso di complessità che il clinico incarna e utilizza, anziché rimuovere, almeno per quanto di volta in volta riesce, come risorsa per il suo agire terapeutico. Allora clinica ed etica si incontrano e si embricano in una processualità etico-clinica dove l’etica è etica del viandante secondo la definizione di Umberto Galimberti. Non più etica kantiana del convincimento che si basa su valori aprioristici rispetto all’incontro psicoterapico, neppure etica della responsabilità di Weber che si fonda sulla predeterminazione delle conseguenze del proprio atto o iniziativa, o ipotesi nel nostro caso. Poiché il nostro approccio non è istruttivo ma co-costruttivo e quindi non prevedibile nelle sue evoluzioni. L’etica clinica, che emerge dalle contaminazioni di cui stiamo parlando, è etica in situazione che si pone aperta ad ogni emergenza e che ho definito in altra sede “etica clinica della presenza responsabile”.

La riflessione sulle idee filosofiche corrispondenti agli stati emotivi del paziente  e il continuo reciproco rimando aprono alla molteplicità delle biografie comprensive delle mito-biografie,   Un effetto della molteplicità riguarda il terapeuta nella misura in cui “ogni psicoterapeuta non ha il suo metodo, è egli stesso quel metodo”. Tra psicoterapia nelle sue molteplici declinazioni teoriche,   statuto moderno di filosofia per l’anima, acquisizioni delle neuroscienze in particolare nella metafora dei neuroni a specchio, dinamiche dell’attaccamento  si apre dunque un terreno sistemico di convergenza tra materico e psichico. Terreno dove trova ospitalità  l’idea di sè biografico profondamente incorpato  e di isomorfico approccio narrativo della psicoterapia. Terreno che delinea il setting  della  nuova clinica per la modernità. 

 

 

 

Considerazioni di Fabio Bassoli:

 

Quello che state dicendo, mi fa ritornare all’idea di contaminazione e quindi  di connessione con l’epistemologia sistemica, di due visioni, come quella dell’attaccamento e  delle neuroscienze, che sono per definizione lineari. E’ interessante quanto questa linearità, connessa con l’epistemologia sistemica batesoniana, sia significativa nella misura in cui diventa importante la rivisitazione della stessa visione lineare. Il pattern che connette  la visione sistemica batesoniana, è una visione basata sul dubbio, sull’errore, sull’incertezza; quindi non una visione assoluta.

Io credo che il modello neurobiopsicosociale, sia partito  in maniera lineare, nel senso che le tre visioni sono state ritenute necessarie a una lettura che, in qualche modo, connettesse l’aspetto biologico all’aspetto psicologico e all’aspetto sociale. Io credo che un evoluzione di tutto ciò possa essere legata anche al campo filosofico come a quello dell’attaccamento e delle neuroscienze, con la necessità di accettare che la visione complessa nell’ambito dell’epistemologia sistemica sia ormai qualcosa di necessario, come premessa a qualsiasi tipo di lettura .  Nella tecnica io credo che ci sia stata un’evoluzione e l’evoluzione la trovo nella ripresa prepotente dell’importanza della comunicazione analogica rispetto alla comunicazione verbale; la stessa che era stata molto affermata, ma poi poco utilizzata. Credo che  oggi sia con l’uso delle immagini, con l’uso di strumenti di tecnica, come il disegno della casa l’uso della testistica più moderna, possa avere significato se utilizzate nell’ambito della complessità e quindi non in maniera lineare. Io credo che questa visione possa sicuramente portare anche ad una ripresa di una tecnica che si basa più sugli strumenti analogici, che danno delle informazioni significative e danno la possibilità di avere delle risposte più spontanee. Quindi l’utilizzo dei riferimenti alle teorie dell’attaccamento, alle neuroscienze, alla filosofia, alle immagini, ai disegni, diventa ancora una volta un tramite alla possibilità di entrare in un mondo di comunicazione relazionale costruttiva, in cui si possa riproporre anche una rivisitazione delle storie dei nostri clienti, di storie che curano.

Alla fine mi viene in mente un pensiero che, in qualche modo è stato sempre presente. Soprattutto. nella prima fase della prospettiva relazionale e sistemica nell’ambito della formazione, si diceva che l’approccio sistemico nella prassi aveva il difetto di non avere una teoria di riferimento. Io credo che oggi si possa dire che, forse, il non avere avuto una teoria di riferimento, specifica e rigida, sia stato il pregio maggiore dell’approccio sistemico.

Il pregio maggiore è non aver avuto questi vincoli creando possibilità ed utilizzato maggiormente la complessità senza legarsi ad un’epistemologia, assoluta e statica.

 

 

 

 

 

 

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