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Giorgio Donini

Contributo a Maieutica 2016

 

Se recuperiamo nella psicoterapia il costrutto dell’attaccamento e delle neuroscienze cosa cambia nella concezione filosofica dell’uomo?

Penso che queste contaminazioni virtuose apportino alla concezione filosofica moderna  dell’uomo, tra i vari stimoli di crescita, essenzialmente lo spirito della narrazione e l’emergere del sé da un terreno emotivo relazionale. Sul terreno di confine tra i campi citati si percepisce la creazione di un  poliverso che struttura le relazioni di interdipendenza e fa emergere nel dialogo narrativo figure di senso.  Emerge un’ottica ribaltata e alternativa, una nuova punteggiatura ontologica rispetto a quella che negli ultimi decenni è stata fondamento della concezioni filosofica occidentale centrata sull’individuo. La nuova concezione vede non “prima l’individuo” che poi si apre alla relazione ma “prima la relazione” fin dai più precoci micromovimenti vitali dell’embrione. Poi dalla relazione emergono l’individuazione e la specificità della biografia identitaria.  Tratteggio rizomatico relazionale che registra   le prime tracce significanti di condivisione di una tra le tante “realtà” possibili per poi emergere come complessità sistemica  di declinazioni di senso profondo  sul versante dell’attaccamento. Sinergicamente il processo di simulazione incarnata, sul versante delle neuroscienze nella metafora dei “neuroni specchio”, processo che si ipotizza già attivo nella vita intra-uterina secondo supporti scientifici sperimentali,  riconnota i processi di apprendimento e deutero-apprendimento secondo canali squisitamente corporei. Canali già attivi implicitamente nella simbiosi madre-feto come precondizione e partenza della successiva socializzazione.  

L’epistemologia sistemica che, tra  stimoli concettuali interdisciplinari, raccoglie e fa interagire teoria dell’attaccamento e neuroscienze, potentemente emerge a due livelli  logici:

  1. a) come meta-sistemica, o sistemica di 2° ordine, coordina l’approccio filosofico moderno nel contesto della grande domanda: “ Chi è l’uomo? Chi è quell’essere che si domanda come definire sè stesso nelle sue origini e nelle sue intenzionalità?”
  2. b) come sistemica di 1° ordine cerca di comprendere e di approfondire la conoscenza della rete relazionale da cui l’uomo biografico emerge, e tramite la continua ricerca di equilibrio tra adattamenti e resistenze all’omologazione co-costruisce il suo spazio/tempo vitale. La grande domanda si declina allora secondo descrizioni alternative: “ Quali sono i processi relazionale, e da quali contesti di deutero-apprendimento vengono accolti in accoppiamento strutturale, secondo omeostasi tali da permettere all’uomo di emergere e vivere la sua esperienza esistenziale?”

Il luogo della domanda si propone come lo spazio in cui la vita viene ospitata, (secondo Heidegger “gettata”), come organizzazione di una struttura cognitivo-auto-narrativa interminata. Dallo zigote fino all’ultimo impulso cerebrale. Addirittura in una visione pan-oramica l’orizzonte si amplia e si arricchisce in quanto  ogni vita, così intesa, si inserisce all’interno della storia plurigenerazionale. Cornice dove ogni singola vita accoglie un’eredità narrativamente strutturata (per cui ci narriamo e al contempo siamo narrati transgenerazionalmente). Cornice dove ogni vita si apre lasciando a sua volta una eredità emotivamente ancorata e  già tratteggiata nel progetto e nell’intenzionalità volta al futuro durante lo svolgersi dell’intera esistenza.

 

In quale modo il discorso filosofico ha interagito con il modello sistemico (di psicoterapia)?

Il discorso filosofico  è precondizione del modello sistemico cui ha suggerito tanti stimoli antropologici poi declinati sul versante della psicoterapia relazionale moderna.  Come semplice stimolo per ulteriori approfondimenti è sufficiente citare il metodo nato nella Grecia antica del dialogo socratico per riconoscere la potenza creativa dell’emergenza inedita come carattere della relazione. Relazione come “terzo” colta in senso sistemico oltre i singoli individui che la pongono in essere. (Nella cornice dialogico dialettica incessantemente rielaborata dalla filosofia da Eraclito fino ad Adorno, per approdare a Marx  fino alla monumentale opera hegeliana). Ma anche, scivolando nel medioevo,  la concezione del tempo di Sant’Agostino che fa convergere la tripartizione e la sostanziale unicità del tempo della vita con la descrizione delle tre temporalità dell’umano: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. Evidente è l’isomorfismo con le intuizioni  della temporalità multiversa da Boscolo, a Cecchin   a Bergson attraverso la proposta di un accostamento di autori troppo rigidamente catalogati sul versante sistemico o filosofico.Ancora il dibattito moderno tra fautori del principio di non-contraddizione aristotelica e autori moderni e contemporanei  che confutano tale  principio dove è stimolante riconoscere lo slittamento dall’ ottica dell’out/out verso un’ottica sistemica del vel/vel che apre al superamento delle dicotomie e alla costruzione di molteplici mondi possibili.  E, ancor prima, l’aforisma  “tutto scorre” del presocratico  Eraclito che apre alle descrizioni inevitabilmente processuali dell’avventura umana e al cambiamento come evento interminato indispensabile  alla vita stessa. Per giungere in epoca moderna alla “teoria dell’eterno ritorno” di Nietzsche  che riverbera con la visione circolare della comunicazione umana e della stessa esperienza esistenziale. Come pure, sempre nel pensiero di Nietzsche,  “la teoria dell’interpretazione”, secondo il monito “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, teoria che apre a cascata  nuove interpretazioni, teoria che in ottica sistemica moderna si potrebbe parafrasare “non esiste la realtà dei fatti ma solo molteplici narrazioni”. Tale dinamica potenzialmente infinita risuona con il passaggio da una narrazione dominante, che induce una condizione di sofferenza e stallo,  a una “narrazione meglio formata” tale da aprire al ben-essere e ben-con-vivere come meta dell’avventura psicoterapica secondo le intuizioni di Sluski .  

Sono solo alcuni dei possibili molteplici  esempi di quanto è stato ed è tuttora fecondo il rapporto tra filosofia ed epistemologia sistemica. Rapporto che parte da lontano. In fondo il nucleo epistemologico della filosofia e della sistemica, così come dell’arte e della teologia non è forse la terapia in senso etimologico da therapeia:  “Accompagnare empaticamente un percorso difficile rendendolo più tollerabile”. 

Un percorso che coincide con  la vita stessa di ogni uomo.

 

Cosa hanno prodotto nella prassi (clinica) le connessioni (contaminazioni) tra le teorie dell’attaccamento, le neuroscienze,

la filosofia ed il modello sistemico (di psicoterapia)?

Sicuramente una espansione della clinica ispirata al modello biopsicosociale ma anche una accentuazione del  potere di incidere profondamente sull’abilità deutero-appresa di  comprendere per curare

Tali connessioni  contribuiscono in modo determinante a superare il concetto di metodo univoco in terapia, il concetto positivista di categorizzazioni a priori che come rigidità del  pensiero interpretano la situazione clinica ancora prima che questa si dipani. Esse stimolano ad acquisire l’abilità a stare in situazione accogliendo il dubbio, l’insicurezza anche il rischio come fattori  ineliminabili in un conteso di complessità che il clinico incarna e utilizza, anziché rimuovere, almeno per quanto di volta in volta riesce, come risorsa per il suo agire terapeutico. Allora clinica ed etica si incontrano e si embricano in una processualità etico-clinica dove l’etica è etica del viandante secondo la definizione di Umberto Galimberti. Non più etica kantiana del convincimento che si basa su valori aprioristici rispetto all’incontro psicoterapico, neppure etica della responsabilità di Weber che si fonda sulla predeterminazione delle conseguenze del proprio atto o iniziativa, o ipotesi nel nostro caso. Poiché il nostro approccio non è istruttivo ma co-costruttivo e quindi non prevedibile nelle sue evoluzioni. L’etica clinica, che emerge dalle contaminazioni di cui stiamo parlando, è etica in situazione che si pone aperta ad ogni emergenza e che ho definito in altra sede “etica clinica della presenza responsabile”.

La riflessione sulle idee filosofiche corrispondenti agli stati emotivi del paziente  e il continuo reciproco rimando aprono alla molteplicità delle biografie comprensive delle mito-biografie,   Un effetto della molteplicità riguarda il terapeuta nella misura in cui “ogni psicoterapeuta non ha il suo metodo, è egli stesso quel metodo”. Tra psicoterapia nelle sue molteplici declinazioni teoriche,   statuto moderno di filosofia per l’anima, acquisizioni delle neuroscienze in particolare nella metafora dei neuroni a specchio, dinamiche dell’attaccamento  si apre dunque un terreno sistemico di convergenza tra materico e psichico. Terreno dove trova ospitalità  l’idea di sè biografico profondamente incorpato  e di isomorfico approccio narrativo della psicoterapia. Terreno che delinea il setting  della  nuova clinica per la modernità.  

 

 

 

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